Resoconti di un sardo a....?
Il cielo sopra Berlino - Part I
Il primo giorno, la visita massiccia di tutte le principali mete, concentrate dentro un’area relativamente piccola rispetto alle reali -enormi- dimensioni della città, mi spiazza, perchè cerchi un centro che non c’è o non è come sono abituato a pensarlo, perchè davanti a te hai come supremo punto di riferimento l’antenna dell’ex radiotelevisione della DDR, altissima, che ti si erge davanti, praticamente ovunque tu sia, sormontata dalla sua enorme palla d’acciaio, e che diventa ogni volta una cosa differente, a volte è un’indicazione di spazio quando cerchi dove sei, a volte è il campanile del duomo, a volte è solo un bizzarro oggetto fantascientifico, più spesso è un totem che sfida tutti e tocca il cielo.
Il cielo di Berlino...nessuna parola forse mi permetterà di descriverlo.
Il cielo sopra Berlino è incombente, e cambia di continuo, cambia di forma, di colore, di luce, di composizione, ti arriva addosso e sembra che ti schiacci, poi riprende quota, avvolge la città e te con lei, scende, ti entra dentro poi si allontana, ti regala attimi di luce, squarci improvvisi di bianco, e li alterna in un attimo al più carico dei colori, è minaccioso, ti piange sopra...e quando meno te lo aspetti ritorna il cielo più azzurro e dolcemente popolato da nuvole che la tua mente ricordi. Non è mai bianco, non è mai anonimo o assente, ma con la sua fortissima presenza ti ricorda che è lui l’unico vero monumento, abitante, padrone della città.

Ein, zwei, drei
Fin dal secondo giorno io e Ale siamo raggiunti da Habibi, che conosce già abbastanza bene Berlino e sa il tedesco. Sarà lei a guidarci nei posti migliori per mangiare, passare le serate e divertirsi. Fin da subito ci rendiamo conto che il suo tenore di vita è un po’altino, e mettiamo da parte il progetto di nutrirci di kebab economici e dannosi per pochi spiccioli. E forse è anche meglio così.
Il primo giorno in tre è assorbito dalla visita serale al Reichstag con l’ascesa alla modernissima cupola vitrea da cui si domina la città. Per quanto stia calando il sole, il cielo ha già in parte quelle forme, quei colori e quel movimento che solo pochi giorni dopo rivelerà appieno. Per godercelo noi ci si sdraia sotto la lanterna della cupola e si guardano le nuvole in movimento mentre tutt’attorno le bandiere tedesche sventolano.
Bodemuseum
Anticipato da una solerte telefonata minatoria il giorno della partenza, siamo arrivati a Berlino consapevoli che, dopo un silenzio di soli cinque mesi avremmo incontrato, proprio a Berlino, la nostra prof. relatrice della tesi di specializzazione (colei che ci ha spedito a LLN ignara di tutto), 5 mesi in cui nascosti dietro un imbarazzante silenzio abbiamo celato la nostra nullafacenza belga. Anticipata da una soffiata di un collega parmigiano la temibile prof.ssa Z. ci stana a Berlino e vuole incontrarci. Appuntamento al Bodemuseum alle 10 di sabato per visitarlo insieme.
Per prepararci al meglio la sera siamo tornati alle 4 in albergo, così l’indomani, sfoggiando un ritardo di soli 20 min. usciamo. E cosa fai, salti la colazione? Noooo.
Il ritardo si accumula.
Ore 10.00, U-Bahn2, Postdamerplatz, il telefono di Ale squilla, è un sms, è lei: “ragazzi, ma dove siete?”. Panico e terrore nei nostri sguardi, salivazione a zero, voglia di teletrasportarci subito al museo pari a 1000, sarebbe comunque meglio della morte sicura che ci attende. Chi conosce la temibile prof. capisce, gli altri se lo immaginino...
Finchè, come per incanto, la prof. che non ti aspetti si svela in epifania nell’atrio del Bode: senza fare minimo cenno al ritardo inizia con noi un’allegra visita rilassata e tranquilla che non sembra vero.
Si saltano le sale più pesanti (tutti concordi nel cassare la statuaria neoclassica nordeuropea!), si passa la maggior parte del tempo davanti ai capolavori bizantini, si apre il corredo personale della prof. di tovaglie e fazzoletti copti, di stoviglie carolinge e bicchieri tardoantichi. Si resta infine a mangiare nel sontuosissimo ristorante ottoniano del Bode.
E qui il momento della verità. “Ragazzi cosa state facendo in Belgio?”
Parte il copione mandato a mente da giorni: “ma sa, prof., il posto non è l’ideale per la storia dell’arte, mancano molti libri, mancano soprattutto i database per le ricerche bibliografiche, non abbiamo un referente in loco...”
Sicuri di scatenare la sua ira funesta, siamo smentiti, e qui la temibile prof.ssa Z. diventa zia G.
“Ah, mi dispiace...” “Ma almeno vi state divertendo? State viaggiando? State vedendo bei posti? State imparando il francese? State imparando la cultura del posto? Vi state ubriacando?”
Sì
Sì
Sì
Sì
Sì!
“Avete fatto benissimo! Mi aspettavo questo da voi.”
Assoluzione completa e amnistia generale che neanche il papa e Mastella messi insieme avrebbero fatto di meglio.
Ma non è finita: “ragazzi, e un dolce non vi va?” Mah..non sapremo...
“Su, su, andate a vedere cosa c’è che zia G. ve li compra!”
Trionfo e apoteosi.
Non potevamo sperare di meglio.
Sfatti per la tensione e le tre ore di sonno torniamo in albergo a dormire per poi affidarci ad Habibi per la serata. Cucina indiana a Kreutzberg e locale berlinese arrabbiato il sabato sera.
Il cielo sopra Berlino - part II
Domenica pomeriggio il tempo inizia ad essere inclemente, la pioggia e il vento non aiutano ma si può sopravvivere. Il passaggio lungo i viali laterali del Tiergarten sotto una pioggerellina che nulla ha da invidiare a quella belga ci porta da lontano all’incontro con l’insondabile Siegessäule.
Da lontano quell’enorme e “semplice” colonna verticale con una statua dorata in cima ti chiama, ti attrae come un punto di riferimento imprescindibile...non è un capolavoro dell’arte, nè antica nè moderna, ma non è questo che cerco. Da quando siamo usciti dal Tiergarten da dove già la si intravedeva filtrata dai rami degli alberi spogli, il cielo ha iniziato a muoversi in un vortice dai colori scuri e forti: sono dentro un dipinto di Turner.
La Siegessäule è lì, maestosa davanti a me, è circondata da un silenzio che neanche le automobili riescono a rompere, la città appare straordinariamente lontana, il cielo gira e lei altissima ti chiama in alto. Si sale, e la salita spezza il fiato già rotto dall’emozione provata dalla sua apparizione.
Qui in cima il vento è fortissimo, inizia anche a piovere, a volte non riesci materialmente a spostarti e le grate dorate sono l’unica protezione; sopra la testa una Vittoria dorata e laureata muove il suo panneggio che ti copre come una campana, ma per il momento decide di non muoversi e di non cadermi sulla testa. Nell’unico corridoio circolare in cui è possibile spostarsi si domina la città, dall’alto, dall’altissimo, anzi, e tutt’attorno una distesa di strade, palazzi, macchine e macchie verdi, perde significato davanti al cielo, aperto da una lunga fascia iridescente, che ti schiaccia contro quella terra che da lì vedi lontanissima e allo stesso tempo ti richiama in alto.
Ti senti padrone di tutto e al contempo padrone di niente, ma l’unica cosa che vuoi fare e restare lì per sempre perchè sai che salire di più non è possibile e scendere ti riporterà alla realtà.

Il magico mondo dei trasporti
Ma prima o poi va fatto e quindi si scende giù e si percorrono chilometri a piedi fino a ritrovare la Porta di Brandeburgo, e da lì ancora a piedi (Habibi non ama la metro avendo un unico biglietto che vuole usare solo in caso di estrema necessità!) fino a raggiungere il quartiere ebraico, altra sorpresa.
La Berlino che un po’cercavo, ancora parzialmente intatta, non quella sovietica, ormai scomparsa, ma quella più sporca, cattiva, un po’ aggressiva e “alternativa” (anche se odio il termine!).
Centri culturali, microsale che propongono rassegne cinematografiche, piccoli bar e locali nascosti dentro a cortili colorati e grafittati, arredati da folli cassette delle poste e da una rana spiritata e meccanica più grande di un uomo, che a comando inizia ad aprire gli occhi e sbattere le ali (sì...le ali!). Tutto, come le sere prima a Kreutzberg avviene in una strada che si chiama Oranienburgerqualcosaltrostrasse, sarà il nome locale per le vie interessanti berlinesi. Ne prendo atto rinunciando a capire il tedesco e il loro bisogno di produrre parole misurabili in ettometri, anche perchè si prosegue per cercare un locale per mangiare e passare la serata.
Si resta in quel quartiere, eletto, a maggioranza schiacciante (3 su 3) interessante e degno, e, non prima di aver passato mezz’ora a giocare sopra una plancia di legno roteante (dovrebbe essere un gioco per bambini!) a cercare di mantenere l’equilibrio mentre ci si sposta da un lato all’altro del cerchio di legno (è impossibile da spiegare a parole, ma è bello tornare bambini sometimes...), decidiamo infine di andare a mangiare. L’attesa è tanta, di fatto resta solo l’imbarazzo della scelta su quale etnia culinaria minore Habibi estrarrà dal cilindro, e invece no, la messicana più filoamericana che conosca (anche l’unica messicana che conosco peraltro!), anche perchè spinta dalle esigenze dello stomaco, sceglie un locale stile Fifties coi divani di pelle rossa come in Happy Days, dove servono hamburger XXL, peraltro notevoli. Serata in pub con narghilè, gli ormai immancabili cocktails e cameriera carina e per una volta gentile, finché, levate le tende all’una, si consuma il dramma. Arrivati alla fermata della U-Bahn ci si rende conto che domenica sera il weekend berlinese è già finito: ergo, niente metro!
Siamo ad appena 100.000 km dai rispettivi ostelli c’è un freddo porco e farla a piedi è più lunga e dolorosa del cammino di Santiago. Ma io non dispero, sono in compagnia del maggiore esperto mondiale delle reti ferrotranviarie d’Europa e di un’altra persona che a Berlino c’è stata parecchie volte. Con beata incoscienza li seguo, anche perchè non vedo altre soluzioni...
Le successive lunghissime ore che seguono prevedono inizialmente momenti tragicomici, tipo: tre persone che si affacciano davanti ad un foglio appeso dietro ad un vetro: piove e c’è vento ora. Io (notoriamente poco amico dei colori specie in condizioni di luce avversa) vedo una ragnatela indecifrabile di linee di colori improbabili, ogni tanto intere ogni tanto tratteggiate, e nulla più.
Potrebbe essere un quadro di Pollock, ma no, è semplicemente la carta dei trasporti di Berlino.
Fa paura, per me è improbabile da decifrare, ma i due eroi che restano cercano di interpretarla: quando vedo che trovano il bandolo mi abbandono piacevolmente all’idea che non dovremmo farcela a piedi e li lascio fare. Il fatto è che il bandolo consiste in un altrettanto complicato sistema di bus notturni con almeno 3 cambi e attese anche di 40 minuti per ogni bus, salvo botte di fortuna inattese. Se la prima volta ci va bene e non aspettiamo troppo, la seconda e soprattutto la terza non è così, e con attese di mezz’ora, arriviamo piacevolmente in albergo alle 4.30 dopo sole tre ore e mezza di tragitto e attese, freschi e riposati. Anche questa è Berlino.
Dandy? Nein danke!
Lunedì, (pomeriggio ovviamente) il Pergamon ci attende e ci sorprende. Per quante immagini potessi aver visto, nessuna foto potra neutralizzare la strana sorpresa di vedere un sito archeologico a cielo coperto e racchiuso da mura, magnifico e straniante allo stesso tempo, per non parlare della porta di Ishtar, della strada processionale di Babilonia, e di tutti gli altri tesori scippati ad altre civiltà e ad altri paesi per essere portati a km di distanza nel nord Europa. Tutto questo però non elimina la bellezza di vedere dei capolavori del genere.
Usciti dal museo, come già si era deciso giorni prima, ci aspetta l’Opera di Berlino. Habibi ci teneva tanto a vederla e si è così deciso di andarci tutti insieme.
Giornata culturale, museo e opera dopo. Molto dandy direte voi? Un po’, forse, non foss’altro che siamo vestiti da turisti studenti e stanchi quali siamo e che prima di arrivare allo sportello della biglietteria per procacciare i biglietti a due soldi facciamo tappa nel nostro ormai abituale caddozzone berlinese (per i non sardi caddozzone= il lurido, lo zozzo, insomma il camper che vende wurstel, patate fritte e birre a qualunque ora del giorno e della notte) gestito da un barista giovane e piacione che prova a parlare 18 lingue, frequentato da un vecchio alcolizzato locale che ama intrattenerci in anglo-tedesco -una volta scoperte le origini latinoamericane di Habibi- sulle vicende dei suoi vecchi amici purtroppamente fuggiti in Argentina (sic!).
Usciti dal caddozzo si entra spediti all’opera.
Abbiamo l’aura di fritto e le scarpe da tennis sporche di fango.
Le ricche e anziane signore altoborghesi berlinesi, così come le ragazzine nipoti delle suddette signore anziane, arrivano a guardarci dall’alto in basso, mentre i mariti si sbafano i pretzel venduti nel foyer (non è uno scherzo!!!). L’aura di fritto sancisce la fine del dandysmo, ma intanto abbiamo procurato per soli 12 euri tre fantastici biglietti in platea centralissimi che di norma devi accendere un mutuo per averli. L’opera inizia e dice che abbiamo vinto noi. L’allestimento moderno dell’Elisir d’amore, la recitazione sopra le righe, cantanti che recitano più che cantare, mostrano un’opera più informale e meno classica del solito. Bella per me, forse un po’meno per i melomani, ma almeno riesco a capire le parole dei cantanti, italianissimi per fortuna (l’alternativa era leggere i sopratitoli in tedesco). Insomma non un’opera per signore ingioiellate e ricche sfondate. Il pubblico, noi compresi, comunque sembra gradire, e andiamo via contenti.
Coming back
Ultima sera a Berlino, ultima notte, ormai ci siamo abituati alla città, ai suoi posti, alle sue distanze al suono della sua lingua, al suo cielo, alle sue abitudini e ai suoi ritmi, fa già tristezza pensare di dover andare via il giorno dopo. L’Unter den Linden ci chiama verso di sè e ci culla per l’ultima volta fino alla fine. Ore 23. Alexanderplatz, ultimo cocktail bar e ultime bellissime chiacchierate. Tante parole, risate, chiacchiere, confidenze e tanti bei momenti insieme hanno costellato questo viaggio a tre, vorremmo non finisse mai. L’ultimo daiquiri ha già il sapore della nostalgia.
Nostalgia che è tale che il giorno dopo, tronfi e sicuri del nostro aereo alle sette di sera, ci adagiamo per un’intera mezza giornata fra le braccia dell’Hauptbahnhof, la stazione ferroviaria più grande d’Europa come fonti certe mi assicurano. E’ una stazione con annesso gigantesco centro commerciale; fuori le temperature si sono abbassate di parecchi gradi quindi ci si tuffa dentro per non uscirne più. Salutata per l’ultima volta la cucina tedesca più tradizionale in un sushi bar, si ciondola fra gelaterie italiane e altri ameni negozi per recarsi al binario che ci porterà all’aeroporto con un lieve ritardo aggravato dallo sciopero a singhiozzo che non ti aspetti.
Il sistema di trasporti più efficiente del mondo che qualche notte prima ci ha consentito di tornare sani e salvi a casa, oggi rischia di fregarci trattenendoci lì. Sono le 18.15, il check-in chiude e noi siamo ad appena 5 fermate di metropolitana dall’aeroporto.
Solo un miracolo ci può salvare. Appena arrivati scappo dalla metro con in tasca due carte d’identità italiane e un passaporto messicano forse valido forse no. Ho il compito di arrivare prima degli altri e implorare un check-in improvvisato per noi, ma dopo una corsa folle e infinita mi perdo nelle uscite (o negli ingressi dell’aeroporto). Le mani, prima libere, ora ospitano nell’ordine, la mia milza, i miei polmoni e gli avanzi del cibo asiatico di poche ore prima.
Ma il miracolo avviene lo stesso, l’aereo è in ritardo.
Non facciamo in tempo a salutare bene Berlino, ma forse è meglio così, altrimenti sarebbe stato impossibile staccarsi. La città è comunque dentro di noi.
Auf Wiedersehen, Berlin!
