Resoconti di un sardo a....?
Mi chiamo Franco, mi chiamo Beppe o Pino
Mi chiamo Sandro o Gino...
Mi cambio il nome,
Così quando la morte verrà a prendermi
Non mi troverà....
Ore 21.40
Va in scena il genio.
Concerto improvvisato, da parte mia (nel senso che ho deciso all’ultimo di andarci).
Palcoscenico insolito per me che vengo dall’isola che d’estate diventa la seconda patria del jazz; è quello di Milano, Arena Civica, Milano Jazzin’Festival.
Quello di cui al post precedente!
Il tramonto ambrosiano regala un cielo roso mercurio e giallo-inquinamentoatmosferico abbastanza inquietante, i nuvoloni che si addensano non promettono nulla di buono, e infatti...
La mia provincialità (relativamente al luogo in cui abito...) e la disorganizzazione mi impediscono peraltro di godermi il concerto fino alla fine.
Ma nonostante tutto sono raggiante di aver sentito Stefano Bollani ancora una volta dal vivo.
Brillante e leggero, suona per una buona ora e mezzo il repertorio jazz-samba di BollaniCarioca con una leggerezza inaudita. Biancovestito, si lascia anche andare poco al solito repertorio di strabiliante cazzeggio con cui puntella di solito ogni brano.
E’ quasi fin troppo serio ma è un grande, riesce ad evitare quella patina radical-intellettualoide da “iosonounjazzistaemiprenodsulserio” che spesso regna nel mondo del jazz. Suona ininterrottamente dei brani che diventano delle suite di dieci e passa minuti, preciso, guizzante, geniale, mette in scena della musica superlativa.
Fa quasi strano conoscere quasi tutti i brani che vengono suonati in un concerto jazz (improvvisazioni a parte, ovviamente). Colpa della mia coinquilina che ha lasciato incustodito in casa il cd Carioca e l’ho ascoltato in loop per 4 giorni di fila.
E la cosa più bella è che i pezzi continuano a suonarti da soli in testa per ore dopo...magari riuscissi anche a eseguirli, sarebbe un’altra cosa...(sì e probabilmente ora non sarei qui a scrivere questo post in effetti).
Chiusa imprevista, acquazzone con goccioloni del diametro di 10 cm, fuga per la vittoria e rientro furtivo.
Ma 90 minuti (almeno) di musica superlativa.
Welcome Mr. Genius!
...e grazie Manu ;-)
P.S. Voi appassIonati lettori vi chiederete come vanno le cose al MJF Club (cfr. sotto)?
Un fiasco colossale. Nessuna traccia di preconcerto, di schermi con immagini lounge (sic!), di djset, di avventori che si affollano per l’ape(-ritivo).
Nessun after-show.
Mario Biondi dov’è finito?
Ma soprattutto, lamento fortemente l’assenza di fighetta con annesso piedino e sigarettina.A nzi, apro qui una petizione e raccolgo le firme.
- stefanobollani + mariobiondi
- braghette + fighette
Perunmondomigliore
Albasso
Prufrockphoto2008. All rights reserved.
Già, perché fra le altre amenità della grammatica milanese (dovrei scrivere un manualetto per terroni e altri immigrati come me, ora che ci penso, magari svolto) c’è la sostituzione univoca et universale di ogni preposizione semplice con la preposizione IN per esprimere i complementi di stato in luogo e moto di, a, da, in, con, su per, tra e fra luogo(-ghi). A ciò si accompagna la soppressione dell’indicazione topografica: via,piazza,piazzale(!),corso,largo,vicolo e continuate voi.
Correva il giorno vigesimoterzo del fausto mese di Aprile dell’anno del Signore Duomillenoottavo, e tale individuo mi ammorbava il giorno del MIO compleanno chiedendo di scrivergli dietro compenso nebuloso da pattuire, un testo da presentare ad Armani, Prada e Dolce e Gabbana per convincerli a prestargli soldi per finanziare un bar in uno stadio-sede di concerti, in cui se gli va bene arrivano gli artisti per l’after-show, se gli va male chiama l’amico suo a fare il piacione stile nave da crociera con la fighetta di turno, piedino e sigarettina.
Poi dice che uno se va a buttà sur mediovale!
Upside, inside out, occhio sennò ti strozzi
Push and pull you down, livin’in Pestalozzi
Fine prima parte
Alla Vs. sinistra il Gotico, alla Vs. destra, il Romanico.L’avventura belgica è finita, nel bene e nel male e questo blog si appresta a seguirmi (o almeno ci proverà) in terra continentale (leggi: Italia) per raccontarvi ancora una volta gioie e dolori di un sardo trapiantato altrove. Tanto ormai trovo più conoscenti qui al Nord che quando torno a casa, manca solo il mare, ma per quello si stanno attrezzando.
Settimana scorsa (l’articolo determinativo quando non strettamente necessario, a Milano è stato bandito, fa perdere tempo) un breve rientro lovaniota ha suggellato l’esperienza; è stato il momento degli addii e dei pianti, e come nella migliore tradizione dei serial americani sono tornati tutti i protagonisti principali: Flautina (che ci lasciò a Febbraio) è rientrata per cannare un altro esame per l’ennesima volta (per soli 200€ buttati di volo aereo ché lei i lowcost li prenota il giorno prima sennò costano troppo poco), Audrey, la ragazzina 18enne con l’apparecchio ai denti che l’ha sostituita per poche puntate è sparita (sul serio, ha mollato tutto ad Aprile per fuggire in Spagna - forse è andata a fare i provini per Paso Adelante) ed ha subaffittato al quadrato la camera originaria di Flautina ad un altro belga, tal Julian, detto il Novello, che ho visto per la prima volta adesso, a Giugno, e ha recitato solo una battuta: “Salut!” introdotta da Capo che ci ha presentati: “Alberto, Julian; Julian, Alberto, non lo sapete ma vivete insieme!” (in effetti l’ho visto solo al terzo giorno di presenza in quella casa...)
La donna delle pulizie tranciacavi di internet, passava gli ultimi giorni di blocùs estivo a bussare nelle case, constatare che non c’erano le condizioni sufficienti neanche per passare l’aspirapolvere in terra, per poi sedersi sul divano e fare conversazione con gli studenti mentre a turno si faceva colazione uno per volta (eravamo in sei...) e lei parlava di tutto un po’: dei fatti suoi, di quelli della sua famiglia, delle differenze etno/linguistico/culturali fra fiamminghi e valloni, del dramma della disoccupazione, del lavoro a cottimo, del lavoro in nero, del lavoro che non c’è etc.etc..il copione è sempre quello alla fine.
É tornato il Giovanno, più Giovanno che mai, Lauren, l’americana che studia lingue orientali ha deciso che siccome a LLN manca il dipartimento di lingue orientali moderne che voleva studiare lei perchè il dipartimento originario dell’UCL è rimasto a Leuven, sceglierà di studiare come se niente fosse lingue orientali antiche: immaginatevi una texana ventenne alle prese col sumero e l’assirobabilonese...
Maancheno...
David era così commosso per la partenza des italiens che non è neanche uscito da camera sua per salutare giacché non voleva farsi vedere in lacrime.
Oppure era semplicemente troppo assorto nella visione dell’ultimo action-movie sino-americano.
La cena finale è stata all’insegna della pigrizia culinaria, ma ce lo meritavamo dopo gragnuole di lasagne invernali e girandole di tiramisù.
Da parte italica è giunta solo una semplice pasta estiva con basilico-capperi-mozzarella and so on giudicata da Capo il miglior piatto di sempre della sua vita.
Capo ha invitato alla cena d’addio un’amica che sembrava uscita dal Tempo delle mele, anche se probabilmente data l’età il tempo delle mele non sa neanche cos’è.
Si guardano gli Europei di calcio con poca attenzione all’inizio e molto fervore patriottico alla fine.
Si scopre che i Belgi francofoni tifano Olanda e non Francia.
Si gioisce per i gol.
Si teme per via del barista-gestore della Maison Bosniaque, un vero combattente bosniaco con 50 cm di diametro di collo che ha fatto la bella pensata di montare il telone-maxischermo in strada per le partite. Il fatto è che ti obbliga con la forza a trangugiare birra servita da lui nei temibili bicchieri di plastica bianchi. E a pagare subito cash.
Un birra ogni quarto d’ora sennò raus.
Poco male.
Pochi metri più in là, il gestore-barista maghrebino del bar a fianco, educato e gentile, che anche lui ha piazzato i televisori sulla strada per la partita, si domanda attonito perchè alla fine del primo tempo tutti i clienti siano andati dal bosniaco, che è stronzo e ti tratta male.
Me lo sono chiesto anch’io.
Ma il mondo è degli stronzi, evidentemente.
Si visita il Lussemburgo con gli amici Cohen.
Si visita un ristorante alsaziano all’interno del suddetto Lussemburgo.
Ci si scofana dei piatti alsaziani che puzzano tremendamente di formaggio.
Ci si sbanca.
Si scopre che il Lussemburgo è pieno di banche.
In nessuna però ho un conto in banca.
Si rientra a Louvain-la-neuve.
È tempo di commiati.
Si saluta lo stretto indispensabile.
Duole dirlo, ma per certe cose l’Erasmus è anche il regno delle amicizie frettolose e superficiali.
O forse c’è che a 20 a quelle amicizie ci credi davvero e a 28 un po’meno.
Forse c’è che l’Erasmus andrebbe fatto all’età giusta.
E che alcune amicizie più vere esistono comunque anche lì.
Habibi è rientrata anche lei, l’anno prossimo sarà in Italia per fare un’altro anno all’estero, a Roma, alla Lumsa, per imparare l’italiano e studiare comunicazione d’impresa e pubblicità in mezzo alle tonache a due passi dal Vaticano...boh...(ho provato a spiegarle che in Italia le università cattoliche sono cattoliche per davvero, non come in Belgio o in Spagna).
Marìa passerà la sua estate a LLN per scrivere il romanzo della sua vita nella calma piatta vallona e per mantenersi farà uno stage ospitaliero a Bruxelles come terapista d’infanzia credo o giù di lì.
Vìctor detto Bictor passerà anch’egli l’estate a LLN in un nuovo enorme kot che raggruppa tutti gli aderenti ai Kot-à-projet che non partono per l’estate (credo che si ritroverà in un’enorme camera tutta per lui alla fine).
Nerèa tornerà nella sua terra basca per le vacanze (per i lettori sardi la terra basca non è la terra del caldo, quella è la Sardegna!)
Le dominicane torneranno a casa per poi affrontare un altro anno lovaniota.
I Cohen decideranno se tornare in Lombardia o affrontare un altro anno a LLN ostinandosi a parlare inglese e basta.
I simpatici vicini di casa di cui non vi ho mai parlato in quanto effettivamente simpatici spero vadano a farsi un giro.
Johnatan è venuto a fare lo stato in luogo della camera (l’état de lieu, cioè il controllo dello stato d’integrità della camera...poco integra fin dal principio a dir lo vero).
È venuto à poil come ama lui.
I Padri ‘Mbuti (anzi ‘Oi Patroi ‘Mboutoi come recita la dizione originale) restano lì, granitici a presidiare il luogo.
Gli scùt sono stati fatti saltare in aria.
I barboni davanti al Carrefour guardano le partite e tifano per il casino generale senza interesse al risultato.
È tempo di addii, alla fine.Louvain-la-neuve è identica a sempre ai miei occhi, solo ingentilita dal sole e ormai e per sempre un posto familiare.
Le quattro stagioni che nell’arco di una settimana si sono alternate nel cielo belga mi ricordano le follie del posto in cui ho speso un anno (accademico) della mia vita.
I cercle chiusi e senza odore di vomito e piscio snaturano il posto, o se volete lo umanizzano.
Sento di aver troncato in maniera un po’ brusca quest’esperienza, per via di vicende varie che mi hanno portato dove sono ora e che racconterò in una prossima puntata, ma i mesi vissuti qui hanno portato complessivamente un’esperienza molto bella, umanamente ricca e sicuramente da provare.
Oggi però non è tempo di bilanci, non ci riesco e forse è meglio che non li faccia....
Ogni considerazione a posteriori verrà aggiunta man mano che affiorerà.
Le cose si sono modificate talmente in fretta che non ho avuto ancora il tempo di avere nostalgia.
La migliore giornata di sole da quando sono arrivato in Belgio mi prepara all’addio, Charleroi abbandona per una volta il grigiore e il fumo, Oliver Twist è andato in ferie per quest’anno, la scaletta è abbassata e la luce abbacinante illumina un’arpa irlandese gialla e blu e una scritta: RYANAIR.
Si torna in Italia.
Definitivamente.
Adieu, Louvain.
S`io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s'i'odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question...
Oh, do not ask, "What is it?"
Let us go and make our visit.
Talking of Michelangelo.
The yellow fog that rubs its back upon the window-panes
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes
Licked its tongue into the corners of the evening
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap,
And seeing that it was a soft October night
Curled once about the house, and fell asleep.
And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window-panes;
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions
And for a hundred visions and revisions
Before the taking of a toast and tea.
In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.
And indeed there will be time
To wonder, "Do I dare?" and, "Do I dare?"
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair---
[They will say: "How his hair is growing thin!"]
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin---
[They will say: "But how his arms and legs are thin!"]
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.
For I have known them all already, known them all;
Have known the evenings, mornings, afternoons,
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume?
The eyes that fix you in a formulated phrase,
And when I am formulated, sprawling on a pin,
When I am pinned and wriggling on the wall,
Then how should I begin
To spit out all the butt-ends of my days and ways?
And how should I presume?
And I have known the arms already, known them all---
Arms that are braceleted and white and bare
[But in the lamplight, downed with light brown hair!]
Is it perfume from a dress
That makes me so digress?
Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
And should I then presume?
And how should I begin?
Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets
And watched the smoke that rises from the pipes
Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows?...
I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floors of silent seas.
And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
Smoothed by long fingers,
Asleep...tired...or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis?
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head [grown slightly bald] brought in upon
a platter,
I am no prophet --- and here's no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
And in short, I was afraid.
And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it toward some overwhelming question,
To say: "I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all, I shall tell you all"
If one, settling a pillow by her head,
Should say, "That is not what I meant at all.
That is not it, at all."
And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor
---
And this, and so much more?
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
"That is not it at all,
That is not what I meant, at all."
No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous---
Almost, at times, the Fool.
I grow old...I grow old...
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.
Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.
I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.
We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Til human voices wake us, and we drown
T.S. Eliot